“Quando morirò, non dite si è spento, ma dite si è acceso d’una luce vista mai prima, d’una luce che non era lui. Ma ora è, lui e più di lui”.
(Massimiliano Bardotti, poeta)


Che cos’è la spiritualità?
Prima di addentrarci nel tema della spiritualità nella malattia grave e nel fine vita, vorrei provare a darvene una definizione per quanto, sappiatelo, pur sempre limitata.
La spiritualità è la ricerca interiore del senso ultimo della vita, il legame con una realtà che va oltre le cose materiali, oltre il visibile e verso una trascendenza. Della spiritualità fanno parte anche le religioni, come spicchi di una grande arancia, come stelle nell’universo e poi, essa va oltre. E riguarda tutti. Ognuno ha la sua dimensione spirituale fatta di valori, credenze, atteggiamenti e ideali che attengono alla sfera dello spirito. Dare valore alla propria vita interiore significa sentirsi connesso a qualcosa di più grande, come l’universo, Dio, la natura, stare a contatto con ciò che per ognuno è essenziale.
La spiritualità va coltivata per capire quante e quali risorse può vivificare dentro di noi; se ci educhiamo ad essa, se perseguiamo il nostro sviluppo spirituale, possiamo davvero aprire le porte a potenzialità incredibili. Quello che sperimento su me stessa, è che la mia ricerca spirituale è continua, un percorso che a volte genera crisi e dubbi, ma sempre più spesso diventa un posto sicuro, mi conforta, mi apre a nuovi orizzonti. Ho avuto maestri, ho letto libri, ma la pratica e l’esperienza diretta sono la mia sorgente fondamentale. Questo cammino trasforma continuamente il mio modo di vedere la vita.
Il mio personale approccio spirituale si orienta al cristianesimo dell’esicasmo, alla pratica meditativa della preghiera silenziosa. Nel mio lavoro considero la spiritualità una importantissima dimensione della cura: ascolto, presenza, rispetto della storia di ognuno e dall’idea che la spiritualità possa esprimersi in modi diversi: natura, relazioni, arte, religione, ideali, percorsi filosofici.
La spiritualità nella malattia grave e nel fine vita

Che cosa rimane quando una persona comprende che la sua malattia sarà inguaribile o che il tempo si sta accorciando? Quali domande emergono quando molte certezze vengono meno?
Dentro ogni essere umano abita un silenzio profondo, fatto di domande che non hanno voce finché la vita scorre tranquilla. Ma quando la malattia bussa alla porta, quel silenzio si risveglia, e ciò che era sopito diventa urgente, necessario, quasi vitale. Sono i bisogni dello spirito, che chiedono di essere ascoltati, e con loro affiorano interrogativi che scavano nel cuore:
– “perché proprio a me?”
– “cosa ho fatto per meritare tanto dolore?”
– “quella parola non detta, quel gesto mancato… potrò essere perdonato? saprò io perdonare?”
– “c’è un Dio, da qualche parte, che mi ascolta?”
– “e oltre… cosa mi attende?”
Sono domande che non cercano risposte immediate, ma un luogo dove poter essere accolte. Nascono spesso all’improvviso, dopo l’annuncio della diagnosi, e sorprendono chi non le aveva mai incontrate prima, chi non trova le parole per condividerle nemmeno con i propri cari. È qui che l’assistente spirituale diventa presenza discreta e preziosa: non arriva con verità già confezionate, ma cammina accanto, in punta di piedi, aiutando la persona a ritrovare dentro di sé — nella propria storia, nelle proprie fedi, nelle proprie ferite guarite — le risposte che soltanto lei si può dare.
L’assistenza spirituale può contribuire significativamente a migliorare la qualità della vita dei pazienti, riducendo ansia, depressione, paura della morte e senso di solitudine. E ancora di più se l’accompagnamento è inserito all’interno di tutto il campo di cura dedicato alla persona in un approccio multidisciplinare.
“Al di là delle idee di giusto e sbagliato c’è un campo. Ti incontrerò lì” (Rumi)