“L’antidoto giusto per la morte è l’amore, ma finché il ruolo onnipresente e potente della morte non sarà accettato, finché non impareremo a danzare con la morte, l’amore sarà considerato qualcosa di adatto solo ai romanzi rosa o al catechismo”.
La morte ci spaventa. Sfida il senso del significato della vita umana. È inevitabile, è qualcosa di impossibile da accettare, ci mette di fronte alle domande più profonde della nostra esistenza. Ma non è sempre stato così. Soprattutto nella cultura occidentale, come afferma lo storico Philippe Ariès, il rapporto con la morte è cambiato profondamente nel corso dei secoli. Questo cambiamento è avvenuto lentamente e ha trovato una forte accelerazione con l’età moderna e con la progressiva ospedalizzazione della morte stessa.
Nel Medioevo, ad esempio, essa era una presenza famigliare, non veniva nascosta, ma faceva parte della vita della comunità. Quando una persona era morente, si usava spalancare l’uscio di casa, porre all’esterno una lanterna come segnale dell’evento imminente e chiunque poteva passare a fare l’ultima visita. Cimiteri e chiese erano al centro della vita sociale e non luoghi da evitare. Oggi la morte è vista come un fallimento, un argomento tabù, condito da tante metafore e parole sostitutive per non nominarla. Alziamo difese contro la consapevolezza che la morte ci è vicina ogni giorno.
Accompagnando persone nell’ultimo periodo della loro vita, ho imparato che la paura e il terrore della morte non sono uguali per tutti. Dipende da come la persona ha vissuto, dalle credenze, dalla fede in una religione o in una spiritualità personale. Dipende anche se si lasciano sospesi. Ciò che preoccupa maggiormente il morente è la gestione della comunicazione con i propri famigliari sulla propria morte. Si crea paura, imbarazzo e l’enorme difficoltà ad affrontare e condividere il dolore della separazione dai propri cari. Si scivola nella negazione o rimozione di ciò che sta accadendo, in un vero e proprio evitamento.
La morte coinvolge il corpo, la psiche, lo spirito. Coinvolge relazioni, affetti, domande, silenzi. Riguarda adulti, giovani e bambini.
Non riusciremo, forse, ad eliminare la paura della morte, ma possiamo scegliere se lasciarla nel silenzio oppure darle uno spazio nelle nostre conversazioni, nelle famiglie e comunità. Parlare della morte non significa rinunciare alla vita. Al contrario ci aiuta a viverla con più consapevolezza. La morte può diventare una soglia attraverso la quale avvicinarci al mistero e all’invisibile, alla dimensione spirituale e trascendente.
E tu riesci a parlare della morte con le persone che ami o è un argomento che preferisci evitare?

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